Emily Brontë

La vita

Di Emily Brontë abbiamo pochi dati biografici e le notizie che di lei la sorella Charlotte dette a Elisabeth Gaskell, la sua biografa, e a Ellen Nussey, sua compagna di collegio e amica per tutta la vita. Se mai amò – lei, autrice d´un romanzo in cui la passione amorosa ha tanta parte, nonostante le interpertazioni metafisiche che se ne sono date – qualcuno fuori della  cerchia familiare, non lo sapremo mai. Emily resta, dopo tutte le ricerche, una figura, sia umana sia letteraria, enigmatica, elusiva quanto lo spirito de Caterina Earnshaw, il personaggio chiave del suo romanzo.

Il padre, Patrick Brunty o Branty, era originario della  contea di Down nell´Irlanda del Nord. Vi era nato il 17 marzo 1777, primo di dieci figli, in una famiglia di contadini. Appena ragazzo, fu garzone di  fabbro ferraio e  tessitore; a sedici anni faceva il maestro in una scoletta di villaggio. Divenuto istitutore dei figli d´un pastore anglicano, fu da  costui preso a  benvolere e preparato per gli esami di ammissione all´Universitá di Cambridge con la mira di divenire ministro anglicano anche lui. Entrò nell´universitá come sizar, cioè studente che veniva  accolto a  retta  ridotta; per il resto provvide con i suoi piccoli  risparmi e facendo lezioni ad altri studenti. Si  laureò nel 1806 e fu subito ordinato ministro e poté  guadagnarsi la vita come curato.

Dopo che Nelson, il quale aveva soffocato la rivoluzione napoletana e  impiccato a  tradimento Francesco Caracciolo, fu fatto da Ferdinando di Borbone duca di Bronte, Patrick Brunty mutò la grafia del proprio nome in Brontë (la dieresi indica solo che la “e” finale non è, come di regola nell´inglese moderno, muta). Omaggio all´eroe nazionale o semplice snobismo? Comunque sia, con quel nome la famiglia è passata alla storia per merito dell´eccezionale terzetto, Charlotte, Emily e Anne Brontë.

Nel 1812, per interessamento d´un amico che era divenuto vicario d´una parrochia a Bradford, ottene un posto di curato nelle vicinanze de quella città. In casa della  fidanzata dell´amico conobbe Maria Branwell, la quale, rimasta orfana, era venuta del galles, sua terra natale, a vivere con i parenti settentrionali. I due sè innamorararono e si sposarono a dicembre contemporaneamente all´altra  coppia. Patrick Brontë era allora curato a Hartshead, ma scambiò parrochia con un altro ministro e si trasferi a Thornton.

Dal matrimonio nacquero sei figli: Maria nel 1813, Elisabeth nel 1815, Charlotte nel 1816, Patrick Branwell, unico maschio, nel 1817, Emily Jane nel 1818 e Anne nel 1820; le prime due nacquero a hearthshead, gli altri a Thornton.

Nell’anno in cui nacque Anne, il Reverendo Brontë divenne curato perpetuo di Haworth, una parrochia di circa quattromila anime nel cuore delle Moorlands, le colline coperte di erica, batture dal vento, buone solo per il pascolo delle pecore. La canonica era a pochi passi dalla chiesa, presso la quale era anche il cimitero, secondo l´uso del tempo. Dalle finestre della loro casa i ragazzi potevano vedere le tombe con le loro lapidi  smosse e inclinate dalla pioggia, dalla neve e dal gelo.

Nel 1821 la signora Brontë morì di cancro, e il povero curato mandò a chiamare la  cognata Elisabetta, una severa metodista, perché avesse cura dei bambini: Maria, la maggiore, aveva otto anni, Anne uno.

Nel 1824, forse per  alleggerire il peso alla cognata, il curato mandò maria ed Elisabeth a scuola a wakefield; poi le trasferi a un´altra, aperta di recente a Cowan Bridge, nel Lanzashire, per figlie di ecclesiastici , e vi mandò anche Charlotte, allora di otto anni, ed Emily di appena sei. Charlotte ne ha fatto una escrizione demolitrice in Agnes Gray ed è stata accusata di esagerazione; fatto sta che il freddo, la fame, la dura disciplina e le sofferenze  patite in quella scuola furono fatali per le prime due bambini, che un anno dopo, nel 1825, morirono di tuberculosi.

Charlotte ed Emily tornarono a casa nel giugno e per cinque anni non videro un´altra scuola. Le circostanze dolorose, la  mancanza di altri parenti, la natura aspra del luogo, il carattere chiuso degli abitanti, tutto concorse a far si che i Brontë si  stringessero nella cerchia familiare e non cultivassero amicizie. La sola persona nella casa che non apparteneva alla famiglia, era Tabitha Aykroyd, “Tabby”, una domestica del luogo, la quale vi deve aver portato non solo il largo dialetto dello Yorkshire, ma anche notizie  chiacchiere del vicinato. Charlotte ha scritto: “Contavamo completamente su noi stessi, sul la compagnia reciproca, sui libri e sullo studio per gli  svaghi e le occupazioni della vita. Il padre, il quale credeva, secondo lo spiritu metodista, nell´autoeducazione e autoevaluazione, associò la famglia a una biblioteca oltre a portare a casa giornali e riviste.

Oltre ad istruirsi de sé, i ragazzi ricevevano lezioni di disegno da un maestro che veniva da Leeds e lezioni di musica da un altro che veniva da Keighley. Patrick Branwell non frequentò mai una scuola rigolare, ma ricevette lezioni dal padre.

Il reverendo Brontë aveva abuto ambizioni letterarie, abeba pubblicato novelle, poesie e sermoni, non è da  stupire quindi se i gigli sognarono presto di diventare scrittori. L´occasione per l´inizio della loro attività “letteraria” venne dal regalo che il padre fece a Bramwell di una serie di soldatini di legno. Branwell concesse alle sorelle di  scegliersene uno ciascuno da avere sotto la propria protezione. Ciascuna dette al proprio un nome; Charlotte chiamò il suo Duca di Wellington, Bramwell battezò il proprio bonaparte. Questo fatto insignificante fece da  esca alla loro fantasia, ed essi si dettero ad inventare storie di avventure in un´immaginaria Glasstown Confederacy, con eventi crudeli, guerre, intrighi politici, faide sanguinose, tradimenti, amore illeciti. Erano storie in prosa, inframmezzata da versi, scritte in caratteri minutissimi su quadernetti quattro centrimetri  per cinque. Più tardi i quattro si divisero in due gruppi: Charlotte e Patrick Branwell inventarono il regno di Angria, Emily e Anne , evasero in un’isola, che stabilirono nel pacifico settentrionale, Gondal, il cui clima  però era perfettamente iguale a quello di Haworth. Molte delle storie di Angria sono  sfuggite alla distruzione, e sono state studiate e interpertate in chiave freudiana; dei raconti di Gondal sono andate perdute le parti in prosa, distrutte forse da Emily stessa o da altri dopo la sua morte; rimangno le poesie, l´interpertazione delle quali è lasciata all´immaginazione degli esegeti, mai si può dire con certezza che rivelano un carattere fortemente drammatico.

Nel 1831 Charlotte fu mandata a una scuola collegio tenuta da una buona insegnante, Miss Wooler, a Roe Head, vicino a Hudersfield, una zona che aveva visto le  sommosse dei “ludditi”, operai  tessili che  lottavano contro la disoccupazione distruggendo le macchine che allora venivano introdotte nell´industria. Charlotte ne trasse più tarde materia per il suo romanzo Shirley. Tornò a casa l´anno seguente per insegnare alle sorelle, e per tre anni i ragazzi vissero e studiarono insieme a Haworth.

Nel 1835 Emily andò alla stessa scuola, dove charlotte tornò como insegnante, ma non vi resistette molto, e il suo posto fu preso da Ane. Due anni dopo fu pero sei mesi insegnante in una scuola vicino a halifax, compito che trovò ingrato e abbandonò. Qualcuno attribuisce questo fatto alla nostalgia delle sue colline.

Avendo pensato di aprire una propria scuola, nel febbraio del 1842 Charlotte ed Emily andarono a Brusselle, nel pensionato di M. E M.me Heger, per stuiare il francese e il tedesco. Emily che aveva attitudini musicale, prese anche lezioni di piano e ne dette lei stessa a studenti più piccoli. Ma nell´ottobre la zia che aveva fatto da madre ai ragazzi, morí, e le due  nipoti tornarono a casa. Emily non se ne allontanerà più e si occuperà della casa, mentre Charlotte sarà di nuovo a Brusselle l´anno dopo como alunna e insegnante, e prenderà tale infatuazione per M. Heger, “il mio unico maestro”, da  destare i sospetti di Madame. Tornata a Haworth, scrisse lettere infuocate all´adorato maestro, il quale restò “freddo como una pietra” e  scoraggiò l´incauta ragazza dall´insistere. Le lettere, che la figlia di Heger conservò e poi donò al British Museum, sono state pubblicate; esse rivelano una natura calda,  irrequieta, insofferente della rigida e ipocrita morale vittoriana, capace di  sfidare la pruderie del secolo.

Nel 1844 Charlotte riprese l’antico progetto di aprire una scuola nella canonica di Haworth, che Emily accetò; ma il progetto fallì. Anne, la più  mite delle tre sorelle andò istitutrice presso la famiglia Robinson a Thrope Green, vicino a Boroubridge nella contea di York, e vi rimase sino al 1845, Patrick Branwell, sulle cui  spiccate qualità erano stato fondate tante speranze, passò da un’occupazione all’altra senza riuscire a nulla di buono: fallì come pittore – aveva aperto uno studio a Manchester – e come insegnante; assunto como  impiegato nelle ferrovie, fu licenziato per negligenza; entrato come istitutore in casa Robinson, dove era la sorella Anne, fu licenziato per aver insidiato la vitù della signora Robinson. Le sorelle lo difesero accusando la signora di  adescamento, ma la Gaskell dovette ritrattare dopo aver presentato  così le cose nella sua biografia di Charlotte. Comunque fosse, per Branwell fu la fine, passò gli ultimi tre anni della sua vita a Haworth, distruggendosi con l’alcool e con l’oppio,  bestemmiando e delirando. Il relaismo con cui Emily ritrasse Hindley Earnshaw nel suo romanzo, ha certamente la sua origine nello spettacolo del fratello alcoolizzato.

Da tempo le sorelle non si mostravano più i loro scritti. Nell’autunno del 1845 Charlotte  scoperse dei verse di Emily. Ella ha scritto:”…non erano le solite effusioni, il generedi poesie che le donne generalmente scrivono. La giudicai concisa, tersa, vigorosa e genuina. Al mio orecchio aveva una musica particolare: “selvaggia, malinconica, esaltante.” Emily, carattere entroverso e schivo, se ne risentì. “Ci vollero ore,” aggiunge Charlotte. “per convincerla che tali poesie meritavano d’essere pubblicate.” Alla fine le tre decisero a pubblicare un volume di versi sotto gli pseudonimi di Currer (Charlotte), Ellis (Emily) e Acton (Anne) Bell, nomi che potevano essere portati da persone dell’uno o dell’altro sesso, perché avevano avuto lo scrupolo di scegliersi nomi decisamente maschili, e peraltro “non volevamo dichiararci donne perché avevamo la vaga impressione che le scrittrici sono soggette ad essere riguardate con pregiudizio.” Del libro si vendettero soltanto due copi, le altre finirono ad una fabbrica di bauli come carta da foderare, tranne alcune copie che Charlotte inviò alle stelle del firmamento letterario dell’epoca.

Le tre sorelle non accettarono la  sconfitta e tentarono la via del romanzo. La prima a “ sfondare”, come si dice oggi, fu Charlotte con Jane Eyre, la quale trovò un editore capace di  scoprire una giovane promessa. Sulla scia di questo successo , un altro editore si affrettò s pubblicare il romanzo di Anne, Agnes Grey, e quello di Emily, Wuthering Heights, titolo che abbiamo reso con “Cime tempestose” nella versione italiana. La critica ignorò il primo e del secondo disse che era “perverso, brutale e  cupo”. Si sospettò che fosse un prodotto  grezzo dello stesso autore di Jane Eyre.

Nel settembre del 1848 morì Patrick Branwell; nel dicembre Emily, a trent’anni; nel maggio successivo Anne. Rimase Charlotte, che nel 1854 si decise ad accettare la proposta di matrimonio più volte fattale dal curato del padre, Arthur Bell Nichols, dell’Irlanda settentrionale anche lui; morirà l’anno dopo durante la gravidanza. Mentre era ancora in vita, furono pubblicati di lei Shirley e Villette; l’altro romanzo, The professor e le leggende d’Angria furono pubblicati postumi. Il destino crudele volle che il vechio padre sopravvivesse a tutti i suoi figli; il reverendo Brontë morì nel 1861.

Personalità di Emily Brontë

Da questi  scarni dati biografici e familiari forse può uscire a mala pena una siluetta, in cui si perdono i tratti significativi del volto; perciò chercheremo di lumeggiare altrimenti la figura della scrittice.

Nella nota biografica premessa all’edizione del 1850 di Wuthering Heights e Agnes Grey, Charlotte scrisse: “Mia sorella Emily non era persona di carattere espansivo, né una nei recessi della cui mente e animo anche coloro che le erano più vicini e più cari potessero entrare impunemente senza il suo consenso” E più sotto: “Nella natura di Emily sembravano incontrarsi gli estremi del vigore e della semplicità. Sotto una cultura non sofisticata, gusti semplici, un’esteriorità senza  pretese,  covava un segreto potere e un fuoco che avrebbe potuto illuminare il cervello e accendere le vene d’un eroe…La sua volontà non era molto malleabile, e in generale andava contro il suo interesse. Il suo temperamento era magnanimo, il suo spirito assolutamente inflessible.”

Era dunque una donna dalla  scorza dura,  scontrosa, forse addirittura antipatica, nient’affatto femminile secondo il concetto che di solito si ha della femminilità. La Gaskell, nella sua biografia di Charlotte, racconta che Emily fu morsicata da un cane idrofobo e si cauterizzò la ferita da sé con un ferro  rovente. Una  virago fiera e  spietata? Una  vergine rabina, insoddisfatta della vita e in rotta col mondo? No; una nota del suo diario dice: “Quanto a me sono perfettamente contenta…raramente o mai turbata per non aver niente da fare e soltanto desiderosa che tutti potessero essere a proprio  agio quanto me, altrettanto poco portati allo  scoramento; avremmo allora un mondo sopportabilissimo.” Sotto la scorza dura c’era una viva sensibilità; lo rivela il suo attaccamento alla terra dov’era nata, alla sua casa e alle sue moors, lontano  dalle quali le era doloroso vivere, tanto  acutamentene sentiva la nostalgia.

Era attaccata alla vita, ma rifiutò ogni cura quando si seppe malata, e volle morire in piedi. La sua morte, quale ci viene descritta, fa un quadro intensamente tragico. Charlotte ha scritto: “Decadde rapidamente. Si affrettò a lasciarsi. Pure, mentre deperiva nel fisico, mentalmente diveniva più forte di quanto non l’avessimo mai conosciuta. Giorno per giorno, quando vedevo con quale volto affrontava la sua sofferenza, la guardavo con  un’angoscia di  stupore e d’amore. Non ho visto nulla di simile; infatti non ho mai visto chi le stese alla pari in niente. Più forte d’un uomo, più semplice d’un bambino, la sua natura si ergeva solitaria. Il punto tremendo era che, mentre era piena di pietà per gli altri, non avena nessuna pietà per se stessa, lo spirito era inesorabile con la carne; dalle mani  tremanti, dalle  membra  snervate, dagli occhi  spenti chiedeva gli stessi servizi ch’essi avevano  reso nel  fiore della salute. ”Morì seduta presso il  focolare mentre si pettinava i lunghi capelli; il pettine le sfuggí di mano ed ella cadde esanime. Il suo carattere mascolino era stato notato anche da M. Heger. “Avrebbe dovuto essere un uomo…un navigatore”, egli avrebbe detto di lei. Aveva una volontà forte, tanto da contestare il metodo d’insegnamento del professore belga; allora aveva solo sedici anni. In una lirica, forse di data anteriore al periodo di Brusselle, Emily scrisse:

I’ll walk where my own nature would be leading:
It vexes me to choose another guide.

(Andrò dove la mia natura mi guiderà;
Mi irrita scegliermi un’altra guida.)

Forse proprio la sua poesia può gettare una luce più vivida sul suo carattere. Alcuni critici distinguono tra poesie “gondaliane” e liriche perosnali, come se le prime fossero soltanto suggerite dalle situazioni inventate e non rivelassero nulla dell’autrice; ma la fantasia non crea dal vuoto, e il suo è un processo di trasmutazione, di sublimazione, se si preferisce, dell’esperienza umana del poeta. Nel caso di Emily, le liriche aprono un più largo  spiraglio attraverso il quale penetrare nel segreto del suo animo. Ecco The old Stoic, che è del 1841:

Riches I hold in light steem,
And love I laugh to scorn;
And lust of fame was but a dream,
That vanished with the morn.

(Le ricchezze tengo in poco conto,
e l’amore irrido;
e la brama di fama nin fu che un sogno
che svanì al mattino)
And if I pray, the only prayer
That moves my lips for me
Is, “Leave the heart that now I Bear
And give me liberty!”

(E se prego, l’unica preghiera
Che mi fa muovere le labbra
è, “Lasciami il cuore che ora porto
e dammi la libertà”.)
Yes, as my swift days near their goal,
‘Tis all I implore –
In life and death a chainless soul,
With courage to endure.

(Sì, man mano che I miei giorni fugaci si approssimano alla meta,
ecco quel ch’è tutto ciò che imploro:
nella vita e nella morte un’anima senza catene,
col coraggio per durare.)

Dietro la maschera del vecchio stoico c’è Emily Brontë col coraggio e lo stoicismo che dimostrerà sino in fondo; è una lirica profetica.

La costante visione delle tombe, ch’ella aveva dalle sue finestre, deve aver tenuto sempre vivo nella mente il ricordo della madre mota. In una lirica datata 17 luglio 1871 ella scrisse:

I see around me tombstones grey
Stretching their shadows far away.
And my eyes cannot hold the tears
That memories board from vanished years.
Ah, mother, what shall comfort thee
In all this endless misery?
To cheer our eager eyes a while
We see thee smile, how fondly smile!
We would not leave our native home
For any world beyond the tomb.
No – rather on thy kindly breast
Let us be laid in lasting rest,
Or waken but to share with thee
A mutual immortality.
(vedo intorno a me le grige pietre tombali
Che stendono la loro ombra molto lontano.
E i miei occhi non possono trattenere le lagrime
Che la memoria tiene in serbo dagli anni svaniti.
Ah, madre, che cosa ti conforterà in questa infelicità senza fine?
Per consolare un momento
I nostri avidi occhi
Ti vediamo sorridere, quanto affettuosamente sorridere!
Noi non vorremo lasciare la nostra casa natia
Per alcun mondo oltre la tomba.
No… piuttosto sul tuo tenero seno
Possiamo noi essere deposti in eterno riposo,
o svegliarsi solo per condividere con te
una comune immortalità.)

per lei la  brughiera è l’elemento in cui può vivere e da cui trae forza; il vento della brugheria è la voce ch’ella ascolta, che le rivela il segreto della vita. Citiamo da Ay – There it is!, sempre del luglio 1841, una lirica scritta, secondo la testimonianza di Charlotte, in una notte di forte vento, l’ultima strofa:

Nature’s deep being thine shall hold,
Her spirit all thy spirit fold,
Her breath absorb thy sighs,
Mortal! Though soon life’s tale is told;
Who once lives, never dies!

(Il profondo essere della naura conterrà il tuo,
il suo spirito abbraccerà tutto il tuo spirito,
Il suo aliti assorbirà i tuoi sospiri.
Mortale, sebbene il conto della vita sia presto finito,
chi vive una volta, non muore mai.)

Il suo spirito passa da un sentimento panico della natura a un vago misticismo indefinibile. Quando non  volge lo sguardo alla solitudine della brughiera, ella si chiude nel suo mondo interiore; ed è naturale: un spirito entroverso come il suo non può non crearsi un proprio mondo in cui  spaziare con la mente. In To Imagination, che è del 1844, leggiamo:

So hopeless is the world without
The world within i doubly prize –
Thy world where guile and hate and doubt
Andcold suspicion never rise –
Where thou and I and Liberty
Hold undisputed sovereignty.

(Così privo di speranza è il mondo esteriore,
che il mondo interiore doppiamente apprezzo:
il mondo dove l’inganno e l’odio e il dubbio
e il freddo sospetto non nascono mai;
dove tu ed io e la Libertà
abbiamo sovranità incontestata.)

la lirica si chiude con questo pensiero:

I trust not thy phantom bliss,
Yet, still, in the evening’s quite hour,
With never-failing thankfulness,
Il welcome thee, Benignant Power,
Sure solacer of human cares,
And sweeter hopes, when hope dispair.

(Non confido nel tuo fantomatico gaudio,
pure, sempre, nella placida ora della sera,
con gratitudine che mai vien meno,
ti do il benvenuto, Benigna Potenza,
Sicura confortarice degli umani affanni
E più dolci speranze, quando la speranza dispera.)

Sì, è un’illussione, ma consola; è un sogno che realizza  un desiderio, interpretando con Freud, sia pure un appagamento di ripiego.

La natura e la fantasia, ecco lo spazio in cui si muove lo spirito di Emily Brontë. Non che la dura realtà non prema col suo “carico di dolore”, ma ella  supera il conflitto di forze avverse in una fede trascendentale. Nelle sue liriche ricorrono frequenti gli accenti di speranza, le visioni ultraterrene che aprono all’animo orizzonti luminosi. La nostra accetta il dolore perchè non teme la morte, perchè ha fede nell’indisttruttibilità della vita. Chiuderemo questa parte della nostra introduzione citando l’ultima lirica da lei scritta, ch’è la più famosa:

No coward soul is mine,
No trembler in the world’s storm –troubled sphere!
I see Heaven’s glories shine,
And faith shines equal, arming me from fear.

(Non è la mia anima cobarda,
non tremebonda nella sfera del mondo turbata della tempestà!
Vedo splendere gli splendori del Cielo,
e la fede splende d’eguale splendore, armandomi contro la paura.)
O god within my breast,
Almight ever-present Deity!
Life, than in me has rest,
As I, Undying Life, power in thee!

(O Dio dentro il mio cuore,
onnipotente, smepre presente Divinità!
Vita, che in me hai riposo,
come io, Vita immortale, ho forza in te.)
Vain are the thousand creeds
That move men’s hearts, utterably vain;
Worthless as withered weeds,
Or idle froth amid the boundless main,
To waken doubt in one
Holding so fast by thy infinity.
So surely anchored on
The steadfast  rock of immortality.

(Vani sono i mille credi
Che muovono il cuore degli uomini, indicibilmente vani;
senza valore come malerba vizza,
o futile shiuma nel mezzo dell’occeano sconfinato,
per destare il dubbio in una
che si attaca così saldamente alla tua infinità,
con tanta sicurezza ancorata
alla roccia incrollabile dell’Immortalità.)
With wide-embracing love
Thy spirit animates eternal years,
Pervades and broods above,
Changes, sustains, dissolves, creates, and rears.

(Con amore che tutto abbraccia
Il tuo spirito anima gli anni dell’eternità,
pervade e si libra in alto,
muta, sostiene, dissolve crea ed eleva.)
Though earth and moon were gone,
And suns and universes ceased to ve,
And thou were left alone,
every existence would exist in thee.

(Se anche la terra e la luna sparissero,
e i soli e gli universi cessassero d’essere,
e tu restassi solo,
ogni esistenza esisterebbe in te.)
There is not room for death,
Nor atom that his might could render void;
Since thou art Being and Breath
And what thou art may never be destroyed.

(Non c’è posto per la morte,
nè c’è atomo che il suo potere sia capace di annichilire;
poichè tu sei Essenza e Respiro
e ciò che tu sei non può mai essere distrutto.)

È una concezione più vicina al nirvana buddistico che al paradiso cristiano, certo; la fede di Emily Brontë si scosta dai “mille vani credi” degli uomini, ma non si può disconoscere il suo misticismo.

Cime tempestose

Molti motivi delle poesie confluiscono nel romanzo, vi sono  persino precise coincidenze verbali, ma l’atmosfera è più  cupa e tormentats, e il clima dell’ambiente fisico e perfettamente sintonizzato con la temperie spirituale.

Il  canovaccio è semplice. Gli Earnshaw abitano Wuthering Heights (cime tempestose), una  fattoria rustica e priva di comodità, situata sotto la cresta d’una delle tante colline coperte di erica, le moors, dello Yorkshire occidentale: sono gente rude, forte, prodotto naturale d’una terra vara e aspra. I Linton abitano Thrushcross Grange (grangia del passo dei tordi), una villa che sorge più a valle, in mezzo a un gran parco cintato, confortevole e ben  arredata, rispondente alle esigenze raffinate di gente signorile. Como se la differenza di carattere facesse da barriera, tra le due famiglie non vi sono rapporti al principio del romanzo, almeno non risulta che ve ne siano. (Si vedano gli alberi genealigici più avanti.)

Un giorno  d’estate il signor Earnshaw va a Liverpool per affari e ne ritorna con un bambino sulle braccia,che s’è portato per sessanta miglia. Affaticato e senza  fiato, racconta appena di averlo trovato abbandonato per le vie di Liverpool, e di averlo raccolto per pietà. “Dovete prenderlo come un dono del Cielo,” dice: “ sebbene sia sicuro che sembra quasi uscito dall’inferno.” Dice la verità? Wade Thompson sospetta che il ragazzo sia un figlio adulterino di Earnshaw. L’autrice non dice di più: di silenzi come questo si alimenta il mistero de molti punti del libro. In famiglia nessuno lo vuole, solo la governante, Nelly Dean, avrà  cura di lui per pietà; ma Earnshaw padre nutrirà una strana predilezione per lui. É un sentimento rivelatore? Anche il Duca di Gloster nel King Lear predilige il figlio bastardo. Il padre, putativo o naturale, lo battezza col nome d’un figlio morto, Heathcliff ( rupe di brughiera). Gradualmente Heathcliff e Caterina, nature affini, furibonde come il vento e dure come la roccia di Wuthering Heights, diventano inseparabili; il ragazzo segue la sua compagna dovunque; ma il vecchio Earnshaw muore e il figlio Hindley, che ora ha vent’anni e sta per diventare padre a sua volta, impone la separazione dei due e riduce Heathcliff allo stato di servo. Questi subisce pazientemente le umiliazioni, pago dell’affetto di Caterina.

Un fatto accidentale fa entrare Caterina in casa Linton; il giovane Edgar se ne innamora e vuole sposarla . Caterina lo acceta perchè spera di aiutare Heathcliff ad elevarsi. “ Col denaro di vostro marito, signorina Catrerina? “ domanda scandalizzato Nelly. Ma di che natura è il  legame tra lei e Heathcliff? Lo spighierà lei stessa a Nelly riferendole d’un suo sogno:

“ Se fossi in paradiso, Nelly, sarei estremamanete infelice…. Volevo solo dire che non mi senbrava che il cielo fosse casa mia; e mi  spazzavo il cuore dal piangere per tornare sulla terra, tanto che gli angeli finirono con l’andare in collera e  scagliarono fuori proprio nel mezzo della brughiera in cima a Wuthering Heights, dove mi svegliai  singhiozzando dalla  gioia. … Io non ho più ragione di sposare Edgar linton di quanta non ne avessi d’essere in paradiso; e, se quel malvagio che’è  lì dentro  (il fratello hindley) non avese ridotto lo amo, e non perchè sia bello, ma perché lui è me più di me stessa. Di qualunque cosa siano datte le nostre anime, la sua e la mia dono le stesse; e quella di Linron è tanto diversa quanto un raggio di luna è diverso dal  lampo, o al gelo dal fuoco. “ (Cap. IX)

Heathcliff, non visto, ha ascoltato tutto fino al punto in cui Caterina ha detto che sarebbe stata una degradazione sposarlo e poi è fuggito. È una note di tempesta; lo cercheranno, non lo troverano più.

Nella conversazione, quando Nelly le farà osservare che Heathcliff sarà del tutto abbandonato, Caterina risponderà indignata:

“ Lui del tutto abbandonato! Noi separati!” gridò con accenti d’indignazione. Chi ci dovrà separare? Dimmelo, per piacere. Farebbero la fine di Milone! Ma finchè io sarò viva Ellen; per nessuna creatura mortale. Prima che io accetti di abbandonare Heathcliff, possono  liquefarsi e sparire dalla faccia della terra tutti i Linton.”

Un amore fatale, dunque, un’attrazione irresistibile. C’è qualcasa di più profondo. Caterina ha detto: “farebbero la fine di Milone”. Milone, famoso atleta greco, secondo la leggenda tentò di separare le due branche d’un albero, ma esse, richiudendosi, gli serrarono le mani, così non poté più liberarsi e finì  sbranato dai lupi. Caterina e Heathcliff sono due rami nati sullo stesso tronco; chi tenterà di separarli, sarà distrutto.

Heathcliff ricompare dopo tre anni, sembra porfondamente mutato nell’aspetto e ricco. Come abbia fatto il denaro, non si sa; ma c’è da sospettare  che non abbia usato mezzi leciti. Ha saputo del matrimonio di Caterina, la sua Cathy, e ora torna per vendicarsi su tutti coloro che anno avuto parte nella loro separazione e sui loro figli. Sposerà Isabella, la  sciocca sorella di Edgar Linton, solo per torturarala; provocherà tale tempesta in casa di Caterina, che questa, incinta, morrà dando alla luce una bambina, la seconda Carterina; porterà alla  rovina e a la morte Hindley, e ne ridurrà il figlio Hareton allo stesso stato di zotico ignorante nel quale lui era stato ridotto dal padre; Edgar morrà di tubercolosi, ma sfibrato dal dolore.

Heathcliff con le mali arti diverrà padrone delle due case e sarà il despota che terrà in soggezione gli epigoni delle due famiglie, Hareton e Caterina. Può distruggere anche loro, ma alla fine non lo fa; la sorte dei due gli diventa indifferente; egli intravvede ormai una gioia più grande: il ricongiungimento per l’eternità con la sua Cathy nel cimitero e nell’aldilà; ne sente la presenza, ne vede lo spirito, la invoca, le parla ; per raggiungerla si lascia morire. Ma prima ha corrotto il becchino perché seppellisca la sua bara vicino a quella di lei, ne tolga le assi laterali che si fronteggiano perché i due corpi comunichino tra loro e si riuniscano dissolvendosi insieme. Hareton e Caterina si sposeranno e uniranno le due casate.

Caterina, Cathy, è il personaggio chiave del romanzo, dalla cui bocca viene la spiegazione della tempesta che si abbatte sulle due case; Heathcliff è quello che domina la scena dal principio alla fine; con la sua morte torna la pace. É l’eroe byroniano cinico e selvaggio? Certo, la sua condotta verso Isabella sembra ricalcata su quella du Byron stesso verso la moglie  Annabella. L’assonanza che c’era tra i due nomi ha un significato? Il cinico, si dice, è un sentimentale deluso. È una canaglia, un eroe negativo – non è il primo nella letteratura – ma la sua crudeltà non è gratuita. Caterina era tutto per lui; la perse perché era un reietto, povero e disprezzato; la sua vendetta ha il sapore d’una giustizia selvaggia; non è uno spartaco, però, un ribelle per amore della giustizia sociale; la sua ribellione è avulsa da ogni motivo sociale. Heathcliff è tutt’al più un eroe dell’amore romantico.

Il racconto è iniziato in prima persona dak signor Lockwood, un giovanotto scettico di Londra che, preso da un accesso di misantropia per una delusione amorosa, prende in fitto da heathcliff Thrushcross grange e, essendo andato in visita a Wuthering Heights, vi passa una notte terribile  vedendo lo spettro d’una bambina che dice d’essere Caterina linton e di voler rientare in casa.  Poi la storia è narrata quasi tutta da nelly dean, la quale è vissuta sin da piccola con gli earnshaw e poi con i Linton ed è stata testimonedi tutti gli eventi. Ella è la personificazione del senso comune e della morale comune, e racconta quel che ha visto e udito con uno stile scarno, freddo e realistico, che dà il tono della credibilità al racconto: del resto, attribuisce i fatti straordinari a cause naturali, le stranezze di Caterina al delirio della febbre, le allucinaxioni di Heathcliff all’inedia. Sembrerebbe di trovarsi davanti a una seguace del positivismo, tanto sanno di terra le sue osservazioni e i suoi commenti. Al suo si contrappone il linguaggio concitato, immaginoso di Caterina. Ecco che cosa questa dice alla vigilia della sua morte:

“…la cosa che più mi irrita è, dopo tutto, questa prigione  sconquassata. Sono  stanca di essere  rinchiusa qui (parla del proprio corpo). Mi  struggo dal desiderio di evadere in quel mondo glorioso e restarci per sempre: senza doverlo vedere  foscamente tra le lagrime e anelare a esso attraverso le pareti d’un cuore dolorante; ma essere davvero con esso e dentro di esso. Nelly, tu credi di stare meglio e d’essere più fortunata di me, in piena salute e vigore; tu sei addolorata per me, ma… molto presto le cose muteranno. Sarò io ad essere addolorata per te. Sarò incomparabilmente al di sopra di voi.”

Qui è la Emily mistica che parla. Ma allora, qualcuno domanderà, perchè il libro fu ataccato con tanta violenza, dichiarato “abominevolmente pagano”, “perverso”? Una società conformista non poteva perdonare all’autrice di aver fatto morire la presenza d’un ministro di religione. Ecco le parole di Heathcliff a Nelly alla vigilia della sua morte.

“… Il trasporto al cimitero deve avvenire di sera. Tu e Hareton potete, se volete, accompagnarmi… Non c’è bisogno che venga nessun ministro; nè occorre che sia detto nulla sulla mia salma. Ti dico che ho quasi raggiunto il mio paradiso; quello degli altri è assolutamente senza valore e non è  bramato da me.”

È un linguaggio blasfemo. Qui non c’è religione; quando ricorre, il nome di Dio è soltanto un modo di dire. Giuseppe, il calvinista bigotto, “vecchio ipocrita maldicente” secondo la gioivane Caterina, legge la Biblia per spigolare imprecazioni da scagliare contro gli altri; secondo Nelly, ha la “vocazione di vivere dove c’è tanta empietà da riprovare.” Gli spiriti “camminano”? Credenze popolari. Il soprannaturale è soltanto prodotto di allucinazione o superstizione.

Lord David Cecil legge nel libro un’allegoria e ne dà un’interpretazione metafisica (si veda la citazione da Mario Praz più avanti). Sembra un’interpretazione sovrapposta dall’esterno. Cahrlotte avrebbe ben potuto sapere se tale era l’intento dell’autrice. Un critico francese lo giudica un libro a chiave; peccato che, la chiave, se la sia portata con sé l’autrice. Noi crediamo, dopo tutto, che sia un romanzo d’amore. Quale donna non ha sognato, almeno nei secoli passati, un amore romantico come quello di Heathcliff, il quale vede nel  congiungimento eterno con la donna amata il suo paradiso?

Lady Eastlake (Elisabeth Rigby), nella prima  recensione del romanzo apparsa nel 1848, (Si veda la citazione più avanti) l’accusa di volgarità. A ben guardare, la storia è volgare abbastanza: un matrimonio di convenienza e il solito triangolo borghese, lui, lei, l’altro; ma è l’alchimia dell’autrice che fa levitare la materia greve e la trasfirisce in un’atmosfera magica. Quel che sorprende è con quale sobrietà di stile ottiene tale effetto. Anche il paesaggio è trasfigurato così. Si legga la descrizione di Wuthering Heights nel primo capitolo:

Wuthering Heights è il nome dell’abitazione del Signor Heathcliff, e quel wuthering è un provincialismo espressivo, quando che dipinge il tumulto atmosferico al quale il sito è  sposto quando v’è tormenta… si può indovinare la forza del vento settentrionale che soffia sulla cresta, dall’eccessiva inclinazione di pochi stentati abeti all’estremità della casa; e da una fila di scheletrici spini che spingono i loro rami tutti nella stessa direzione come se implorassero l’elemosina del sole.” (Cap. I)

È il tocco finale che muta la concretezza descrittiva in una qualità affatto diversa.

I critici favorevoli lodano del libro l’intensità, la solida struttura, la perfetta fusione tra realismo e fantasia, la poesia; citattissimo è il  capoverso finale del romanzo. Considerata la contraddittorietà delle valutazioni e interpretazioni, al lettore non resta che abbandonarsi al piacere della lettura, se il ibro gli è cogeniale, ignorando i detrattori e gli entusiasti; e poi si faccia la sua opinione.

Resta un interrogativo: come poteva una giovane donna, della quale non si sa che avesse mai amato o fosse mai stata amata da un uomo, descrivere con tanta intensità la passione amorosa? Non v’è risposta certa alla domanda. Ma era ella veramente ignara dell’amore ? è lecito dubitarne; ce lo consente la bella lirica del 3 marzo 1845, della quale riportiamo la prima strofa:

Cold in the earth and the deep snow piled above thee!
Far, far removed, cold in the dreary grave!
Have I forgot, my only Love, to love thee,
Severed at last by Time’s all-wearing wave?

(Freddo nella terra e la neve alta ammucchiata su di te!
Lontano, portato lontano, freddo nella tetra fossa!
Ho io dimenticato, mio unico amore di amarti, distaccata alla fine dall’onda del tempo che tutto travolge?)

Accenti così sentiti non possono scaturire  da una situazione non vissuta, puramente fantastica. Wuthering Heights nasce dall’esperienza interiore d’una donna che ha conosciuto il tormento d’una passione indomabile. Nella solitudine

Visions rise and change which kill me with desire –
Desire for nothing known in my maturer years

“insorgono e mutano visioni che mi uccidono col desiderio, desiderio di ciò che non conobbi nei miei anni più mature.”

Heathcliff è concepito dall’energia repressa d’una giovane donna, energia che trova sbocco nel sogno d’un amplesso forte, maschio, travolgente, crudele anche, ma che appaghi il bisogno – non useremo il termine freudiano di libido – psicologico e fisiologico insieme d’una maggiore pienezza di vita. S’è detto che nel romanzo è assente il sesso; direi più esattamente che manca la sensualità, perche l’amore è trasferito dalla fantasia nell’atmosfera rarefatta dell’ideale. Fu un tale amore, sognato, sublimato, che dette senso alla vita, altrimenti squalida e sterile, di Emily Bronte.


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